Satya, la saggezza di dire la verità

Dire sempre la verità, per chi si barcamena nel mondo, è compito assai arduo. Come potrei superare indenne un colloquio di lavoro o conquistare il mio partner al primo appuntamento, se lasciassi cadere ogni filtro? Se mi mettessi a esporre fatti e pensieri per come sono realmente, senza ricorrere un po’ all’astuzia, e magari al buon senso, di dire qualche bugia, nonché di omettere o distorcere un po’ la realtà (che poi tanto realtà non è mai)?

Con la sola sincerità, la strada verso un qualunque obiettivo di vita, sia esso portare a casa la pagnotta o convivere in pace con il vicino di turno, diventerebbe estremamente ripida e impegnativa. Ma allora perché nello yoga viene insegnato il principio di Satya, il quale ci incoraggia proprio a evitare ogni forma di menzogna e dire sempre la verità, nient’altro che la verità?

Risposta breve: lo yoga non ci insegna esattamente questo.

Risposta un po’ meno breve: qualcuno deve aver preso troppo alla lettera questo importante insegnamento dello Yoga, lasciando intendere che basti dire la verità, in qualunque circostanza, senza magari interrogarsi sulle conseguenze, per poter condurre una vita autenticamente yogica.

Si è diffusa l’idea, infatti, che Satya significhi dire la verità così com’è, senza filtri. Ma esiste un’altra parola per questo, Rta, che sta a indicare una fedele esposizione dei fatti per come sono realmente accaduti. Satya, invece, è la verità detta con benevolenza, con l’intento di non nuocere. Secondo lo yogi Shrii Shrii Anandamurti, Satya è “espressione guidata dallo spirito di benevolenza verso gli altri” o anche “l’uso della propria mente e delle proprie parole con lo spirito interiore di dare benessere”.

Satya è espressione guidata dallo spirito di benevolenza verso gli altri. L’uso della propria mente e delle proprie parole con lo spirito interiore di dare benessere.

Satya richiede perciò attenzione, cura e sensibilità verso gli altri ogni volta che siamo chiamati a scegliere le parole da dire in ogni ambito della nostra esistenza. Ne consegue, indirettamente, che pettegolezzi, maldicenze e aggressioni verbali non siano proprio compatibili con un utilizzo etico della parola.

In un mondo ideale, sarebbe meraviglioso conciliare Rta e Satya, poter dire sempre le cose come stanno e, allo stesso tempo, riuscire nell’intento di non ferire i sentimenti di nessuno, né arrecare il minimo danno. Ma immaginiamo per assurdo questa situazione: un uomo viene perseguitato ingiustamente per crimini mai commessi e io decido di dargli rifugio in casa mia. Cosa dovrei dire ai suoi aguzzini se questi venissero a bussare alla mia porta? Dovrei rivelare la sua presenza, soltanto perché è la verità, ed è giusto dirla, sancendo la sua condanna? E se dovessi comunicare una brutta notizia a un mio familiare, dovrei sbattergli in faccia la dura realtà, oppure potrei ammorbidire prima il terreno con qualche piccola e innocua bugia (la tanto famigerata bugia bianca)?

Satya non ammette risposte facili. Come per Ahisma, il principio di non violenza, non abbiamo un comodo libretto di istruzioni da applicare, alla lettera, nella vita di tutti i giorni. Come tutti i principi fondamentali che orientano la condotta di un praticante yoga, anche Satya richiede lo sforzo di sviluppare le proprie capacità razionali e di discernimento, al fine di comprendere in quali circostanze la verità merita di essere “svelata” senza filtri e senza remore, e in quali invece lo spirito di benevolenza debba prevalere sul “fedele resoconto dei fatti”.

A che cosa serve il principio di Satya?

Gli Yama sono principi di condotta volti a migliorare il rapporto tra noi e l’ambiente in cui viviamo, nonché a costruire una solida base per il proprio percorso spirituale. Più che precetti, o comandamenti, costituiscono un insieme di linee guida che vanno prima interpretate, interiorizzate e infine applicate nella vita quotidiana, consapevoli che, sulla carta, non esiste un modo giusto e sbagliato per farlo.

La corretta applicazione di Satya, da questo punto di vista, si rivela fondamentale per poter sviluppare integrità, forza di volontà e fiducia in sé stessi. Per chi crede nell’importanza dell’evoluzione spirituale e vuole portarla avanti con convinzione, Satya offre l’opportunità di confrontarsi con la propria coscienza e con le proprie motivazioni, così da imprimere una direzione forte alla propria esistenza.

Satya e il suo ruolo nella meditazione

Riassumendo quanto detto finora, Satya richiede al praticante yoga di esprimersi attraverso le parole con cura e saggezza, infondendo in esse amore e benevolenza verso il prossimo: tutto ciò, per quanto possibile, nel rispetto della verità oggettiva (i fatti per come sono successi) e soggettiva (quali sono i miei reali sentimenti). Dal momento che le parole sono espressione del pensiero e del proprio stato interiore, è evidente come Satya sia in grado di lavorare a un livello molto più profondo.

Per comprendere meglio il legame tra Satya e la meditazione, però, ci tocca fare una piccola deviazione su come lo yoga, e in particolare la tradizione tantrica, concepisce la mente. Se in Occidente abbiamo familiarità con il concetto dei “tre cervelli”, nello yoga la mente assume le sembianze di una matrioska, fatta su livelli che si influenzano a vicenda, ognuno con un compito ben preciso. Si chiamano Kosha e sono, nell’ordine, corpo fisico, mente conscia, mente subconscia e mente inconscia.

La mente conscia, o grezza, il Kamamaya Kosha, è intimamente connessa con il corpo fisico e con il mondo esterno, da cui riceve ed elabora gli stimoli sensoriali. Si tratta di una mente istintiva, ignara e irrequieta, la quale tende ad agire per impulsi, istinti e schemi di comportamento automatici e inconsapevoli. La mente subconscia, o sottile, è detta Manomaya Kosha e comprende le facoltà intellettive più evolute come la razionalità, la memoria, l’immaginazione, l’astrazione, il ragionamento nonché l’elaborazione di emozioni e stati d’animo. È a questo livello che possiamo comprendere e guidare i nostri comportamenti, uscendo dagli schemi automatici di Kamamaya Kosha. È qui che, di fatto, risiede la nostra interiorità, ovvero tutto ciò che ci definisce come individui.

Inoltre, Manomaya Kosha funge da importante collegamento tra la mente conscia, quella legata al mondo fisico, e la mente inconscia. La mente inconscia, o per meglio dire casuale, è un livello della mente transpersonale, vale a dire che non è unica per ogni individuo. Questo livello, il quale a sua volta si suddivide in altri tre livelli (mente intuitiva, mente archetipica e mente universale), è legato alla pura coscienza, l’essenza eterna e immutabile che ogni praticante yoga aspira a raggiungere fino a fondersi in essa.

Ma come interagiscono tra loro i livelli appena descritti? Attraverso la pratica della meditazione e dei principi di Yama e Niyama, la mente conscia e grossolana tende a calmarsi fino a fondersi completamente con la mente subconscia. Quest’ultima viene “illuminata” come se fosse una stanza e può così accedere allo strato della mente più profondo, quello della mente inconscia, il quale, essendo transpersonale, rappresenta una sorgente illimitata di intuizioni, saggezza e processi creativi. Di fatto, la mente inconscia è inattiva, non deve fare nulla se non aspettare che la mente subconscia, illuminata e fusa con la mente conscia (ove, quest’ultima, non è più in affanno nella necessità di rincorrere il mondo esterno), ne riveli l’esistenza. L’accesso alla mente inconscia non è ovviamente privo di conseguenze. La mente subconscia ne uscirà nutrita, arricchita e trasformata, influenzando così pensieri e processi emotivi, nonché desideri e aspirazioni personali.

Alla fine di questo processo, emergerà una nuova visione del mondo, non più definita dall’egoismo e dal senso di separazione, ma dall’armonia, dall’empatia e dalla consapevolezza che tutto, nell’universo, è interconnesso. A livello pratico, come dicevamo all’inizio, tutto ciò si traduce in maggiore fiducia in sé stessi, coraggio, altruismo e forza di volontà. Tutti elementi necessari per poter affrontare le sfide della vita e trovare un senso profondo in tutto ciò che facciamo.

In che modo Satya è indispensabile per la meditazione?

Immagina la mente come un lago. Se è agitata da mille pensieri, la superficie apparirà torbida e caotica. Praticando la meditazione, invece, la mente si calma, l’acqua diventa limpida e possiamo finalmente vedere cosa c’è sul fondale. La cosmologia orientale spiega questo concetto attraverso gli spettri d’onda. Nella materia e nella mente conscia, le onde emesse sono più agitate e frenetiche, con densità e curvature maggiori, mentre nella coscienza pura tali vibrazioni non esistono affatto. In questo senso, la meditazione può essere descritta come un processo di “raddrizzamento” delle onde della mente, fino a quando queste non diventino una linea perfettamente dritta.

Senza la pratica regolare di Satya, raggiungere questo stato è impossibile. Perché Satya ci aiuta rimuovere le tortuosità tipiche della mente e le sostituisce con una chiarezza interiore talmente potente da dissolvere i condizionamenti e le strutture limitanti tipiche della mente umana.

Infine, dal momento che le parole hanno sempre origine dal pensiero, Satya rappresenta prima di tutto uno stato d’animo pronto a realizzarsi all’esterno. Se c’è incongruenza tra pensieri, intenzioni e ciò che realmente faccio e dico, se questa mancanza di onestà risulta preponderante e incardinata nel mio modo di essere, ecco che la mente non può espandersi. Ecco che la mente non può accedere ai livelli più profondi, e la stanza rimane buia.

Ricapitolando

Se decido di seguire e applicare il principio di Satya, se quello che dico riflette in modo autentico quello che sono, senza generare conflitto e senza creare danno e sofferenza agli altri, dentro di me si sviluppa una tale chiarezza interiore da liberare la mente dai suoi condizionamenti e dagli schemi automatici di comportamento. Divento consapevole di non aver fatto del male a nessuno e, soprattutto, di non volerlo fare. Divento consapevole di chi sono e di che cosa voglio. Divento sicuro di me stesso senza aver bisogno di incoraggiamenti o appoggi esterni.

La mente diventa così più forte, coraggiosa ed equilibrata.

Satya, in altre parole, alimenta la speranza, ingrediente indispensabile e spesso sottovalutato per una vita autentica e ricca di significato. Non la speranza generica che “qualcosa di buono accadrà” o “i miei desideri verranno esauditi”, ma quella di riuscire a dispiegare il proprio potenziale come individui e scoprire sé stessi in profondità. Scoprire, lungo il percorso, che cos’è quella verità che tanto vorremmo e dovremmo esprimere a parole: l’essenza stessa della vita.


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By Capo Tribù

Aka Gianluca Riboni. Pensatore, personal fitness trainer ISSA, insegnante di Anukalana Yoga, leader di Yoga della Risata, scrittore e blogger (un po') incompreso. E soprattutto, sognatore a piede libero.

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